Nella cornice della mediateca braidense di Santa Teresa ieri sera si parlava di futuro in compagnia di un guru. Steven Berlin Johnson.

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Di fronte all’attuale ecosistema dei media, il guru esordisce dicendo che il sottosistema delle news sta conformando un reale innovation landscape caratterizzato da una enorme stratificazione apparentemente collegabile alla sua natura multimediale. Come noto però, le apparenze spesso ingannano.

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Ciò che Berlin Johnson definisce come vero elemento innovativo è la conformazione di una cultura popolare d’innovazione radicalmente differente da quella conformata dai media tradizionali.

Di fronte alla crescente complessità dell’apparato tecnologico egli individua, contrariamente alla credenza comune, una maggiore intensificazione della relazione. Per Johnson la maggiore complessità dei media partecipativi conforma un maggiore coinvolgimento dell’utente che sfrutta al meglio la sua innata attitudine al problem solving.

Per semplificare il concetto egli presenta il modello di editing collettivo incarnato da Wikipedia e la materializzazzione, impensabile prima, di un repositoria di sapere collettivo così stratificato e rappresentativo.

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Johnson, sottolinea quanto questo slittamento sia ormai visibile nell’evoluzione delle interfaccia,sempre più intuitive e maneggievoli. In particolare, #sbj pone in risalto quanto queste siano spesso il risultato diretto dell’approccio attivo di chi ne fruisce decretando definitivamente l’end-user innovations come una delle più grandi risorse mediatiche del nuovo millennio.

La portata di questa modificazione attiva viene, secondo Johnson, emblematicamente simboleggiata da Twitter, nuovo paradigma e incarnazione dell’attuale curva d’apprendimento culturale.

Le attuali vicende che vedono il social network protagonista, non possono che confermare il principio, dimostrando come la generazione dell’informazione sia sempre più il frutto dell’interazione semplice che questa cultura popolare dell’innovazione opera dal basso.

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#sbj

Fin qui tutto bene potemmo dire, se non fosse per il quesito che il guru ci lascia in carico: quale futuro per la buona informazione (che molti identificano ancora con il buon vecchio sistema) in questo scenario di overload produttivo?

La risposta purtroppo rimane sospesa, gli approcci e gli spunti di riflessione suggeriti da Johson rimangono futuribili e sensibili di variazioni.

Fiduciosi che certamente vecchio e nuovo si passeranno il testimone in maniera naturale, superando entusiasmi e scetticismi apocalittici, rimaniamo tuttavia con la sensazione che il guru avrebbe potuto darci di più.

Non in risposte, intendiamoci, ma in suggestioni.

Suggestioni necessarie alla reale costruzione del perfetto equilibrio di un ecosistema che privilegierà pluralismo e democrazia come elementi portanti del suo benessere e utili a non essere più “lost in new media”.

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Categorie: New Media Communication



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